Si sente in grado di lavorare per obiettivi? Ecco una domanda che molto spesso viene posta durante i colloqui di lavoro. E, va detto, tale questione diventerà probabilmente sempre più frequente, e soprattutto più importante, nell’immediato futuro. Per quale motivo? A determinare questo cambiamento è un’evoluzione ancora più grande, ovvero l’enorme diffusione dello smart working. Come è noto, la forte crescita dello smart working che abbiamo conosciuto in questi ultimi mesi non è stata il risultato di una peculiare volontà innovatrice da parte delle aziende; si è trattato invece di un’introduzione emergenziale di un metodo di lavoro che ha consentito di mantenere la produttività in un momento storico in cui, senza il lavoro flessibile e da remoto, non si sarebbe potuto fare altro che chiudere le aziende. Una cosa però è certa: a prescindere dalla situazione che ha portato tantissime imprese ad adottare il lavoro agile, il risultato è stato un largo apprezzamento del metodo, con aziende e dipendenti propensi a continuare a lavorare in smart working – almeno in modo parziale – anche in futuro, una volta lasciata alla spalle la pandemia internazionale. Di certo quelli che abbiamo visto durante il 2020 sono numeri che – si spera – saranno irripetibili. L‘Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ci dice infatti che in occasione del lockdown di primavera il lavoro agile è stato adottato dal 97% delle grandi imprese, dal 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e dal 58% delle Pmi, con un totale di 6,58 milioni di lavoratori agili. Ma se è vero che la tendenza comune è quella di sottolineare i vantaggi di questo metodo di lavoro, è anche vero che esistono delle insidie. È infatti necessario accettare il fatto che lo smart working comporta, sul lungo termine, un cambio di approccio: è proprio per questo che lavorare per obiettivi diventa centrale.

Lavorare per obiettivi anziché per tempo

Per cercare di capire cosa cambia – e cosa cambierà – nel concreto con l’adozione di massa dello smart working, il Gruppo Giovani di ALDAI-Federmanager  ha organizzato un incontro tra alcuni dei più promettenti giovani manager italiani, selezionati tra i professionisti premiati in occasione del Premio Giovane Manager. A mettere l’accento sulla necessità di lavorare per obiettivi durante lo smart working anziché per tempo è per esempio Vincenzo Renzo, Plant manager di Rotork, il quale sottolinea come questo approccio possa paradossalmente rendere maggiormente pianificabile l’attività lavorativa da remoto. «Lo vediamo anche nell’industria manifatturiera, che è forse la meno coinvolta in modo massiccio da questo fenomeno» ha spiegato Renzo, specificando che «è proprio lo smart working ad offrirci oggi l’opportunità di valutare in modo più oggettivo e analitico il lavoro dei dipendenti, grazie agli obiettivi che esso pone». Da questo punto di vista, quindi, agli smart worker viene richiesto di saper lavorare in autonomia, e anzi, di comportarsi quasi come dei lavoratori autonomi. Lo dice esplicitamente Massimiliano Bariola, amministratore delegato, Simai Spa Toyota Material Handling, che spiega «ci troviamo in un momento in cui alle proprie persone è chiesto di somigliare di più a liberi professionisti, responsabili e in pieno controllo delle loro attività. Questo comporta un nuovo modo di valutarle che può portare a una maggiore visibilità dei talenti e favorire anche un percorso di carriera più basato sul merito». La questione, va detto, va affrontata con una certa attenzione: come evidenziato da alcuni manager, lavorare per obiettivi è sì l’approccio giusto quando si tratta di smart working, ma è necessario riuscire a farlo evitando che i singoli lavoratori finiscano per sentirsi isolati e soli. In questo nuovo corso diventa quindi fondamentale continuare a organizzare momenti di incontro tra i dipendenti e i manager.

La capacità di lavorare per obiettivi

Come anticipato, quella di lavorare per obiettivi è una capacità, anzi, una soft skill che già da anni viene apprezzata dai datori di lavoro e dai recruiter. Il selezionatore professionista, però, difficilmente domanderà al candidato, durante un colloquio di lavoro, se si sente in grado di lavorare per obiettivi: la risposta affermativa sarebbe infatti scontata, e di per sé priva di valore. Come capire però se chi si ha davanti è davvero in grado di lavorare per obiettivi, ovvero di fare quello che deve andando oltre il puro e semplice svolgimento del compitino? Il professionista che è in grado di lavorare per obiettivi – e che anzi è portato naturalmente a farlo – è quello che sente come proprie le esigenze dell’azienda, e che dunque lavora di modo da soddisfarle. Assumere una persona che sa lavorare per obiettivi equivale a inserire nell’organico una risorsa che darà giorno dopo giorno del suo meglio, senza la necessità di essere controllato di continuo.

Come capire, quindi, se il candidato che ci si trova di fronte in fase di colloquio sarà davvero in grado di affrontare l’attività lavorativa in modo autonoma ed efficace? La domanda diretta non porta a vere conferme. L’head hunter cercherà quindi altri spunti, indagando sulla personalità, sulle esperienze professionali passate, sulle passioni, sugli hobby e sui valori dell’intervistato, attraverso delle domande indirette.

Approccio quantitativo e qualitativo

Per settare il lavoro per obiettivi in azienda, in particolar modo per il regime di lavoro in smart working, è prima di tutto necessario fissare degli obiettivi ai quali puntare, i quali possono essere quotidiani, settimanali, mensili e/o annuali. Ci sono poi diverse tipologie di obiettivi da fissare. Ci sono settori o attività che per esempio possono settare degli approcci quantitativi: pensiamo alla manifattura, e quindi a un minimo di prodotti finiti entro il turno lavorativo oppure la settimana, o alle vendite, con delle soglie di vendite da raggiungere entro il mese. Esiste poi anche l‘approccio qualitativo. In determinati casi, infatti, gli obiettivi non sono determinati solo dalla quantità, ma anche dalla qualità. Si pensi, per esempio, al lavoro di assistenza al cliente, sempre più spesso concretizzato mediante dei call center: ogni singolo operatore deve puntare non solo a degli obiettivi quantitativi, aiutando un tot di clienti, ma anche qualitativi, dovendo ricevere delle valutazioni mediamente sufficienti da parte degli interlocutori.

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