Come convincere un dipendente a rimanere in azienda? Ecco una domanda che un datore di lavoro, un manager o un addetto alle risorse umane può chiedersi con una certa frequenza. E se il quesito è astratto nel lavoro quotidiano, diventa concreto e pressante nel momento in cui un dipendente preciso dà segnali di voler lasciare in azienda. Va detto che manager, ufficio HR e datori di lavoro possono venire a conoscenza di questa decisione o di questo desiderio in vari modi. Il canale principale è ovviamente la comunicazione delle dimissioni, la “vecchia” lettera di dimissioni, che come è noto è stata sostituita dalla comunicazione online; va peraltro sottolineato che, anche in caso di dimissioni inoltrate attraverso l’apposito portale del Ministero del lavoro, resta la possibilità di revoca, entro 7 giorni dall’invio. Altre volte la comunicazione può avvenire in modo non ufficiale da parte del diretto interessato oppure, ancora, attraverso il classico passaparola dei gossip che molto spesso si creano in azienda. Soprattutto nei casi di dipendenti importanti o di veri talenti, il cui licenziamento può comportare importanti perdite e costi per l’azienda, può diventare prezioso riuscire a far cambiare idea al lavoratore. Per non perdere le sue competenze, per non dover affrontare i costi di un processo di ricerca e selezione del personale, per non dover re-iniziare da capo con una nuova risorsa, per non perdere l’equilibrio creato, per non vedere un talento passare magari a un competitor: di motivi per cercare di convincere un dipendente a rimanere non ne mancano. Vediamo come fare.

Boom di dimissioni anche in Italia

Come dimostrano le indagini portate avanti tra 2021 e 2022, anche in Italia, nel post-Covid, è aumentato in modo importante il numero di dimissioni. Al di là delle tante cause che hanno determinato questo incremento – si parla della maggiore vivacità di determinati settori, della crescita dell’economia nel periodo post-emergenziale, della spinta psicologica data dal lockdown, dello stress accumulato durante l’emergenza, e via dicendo – quel che è certo è che tantissime aziende hanno notato un incremento dei licenziamenti volontari. Un’indagine del 2022 condotta da Aidp (Associazione per la Direzione del Personale) ha dimostrato che il boom di dimissioni volontarie ha colto di sorpresa il 7%% delle aziende. Per il 59% delle imprese l’impatto delle dimissioni è stato superiore di almeno il 15% rispetto a quanto avvenuto negli anni precedenti; per il 32% delle aziende è stato superiore del 30%. Di fronte a questo fenomeno, le singole aziende sono chiamate a ripensare, laddove necessario, le strategie messe in atto per garantire un buon clima aziendale, le politiche retributive e via dicendo.

Come convincere un dipendente a rimanere

Nel momento in cui si decide che per l’azienda le eventuali dimissioni di uno specifico dipendente possono trasformarsi in un danno – il che accade nella maggior parte dei casi – è possibile mettere in atto delle azioni per convincere quel lavoratore a rimanere in azienda. Nel caso in cui non siano state ancora rassegnate le dimissioni, il primo passo è quello di incontrarsi con il dipendente per avere conferma del suo desiderio di lasciare l’azienda.

A quel punto è necessario che l’azienda stessa sia trasparente, chiedendo un incontro informale con il lavoratore in questione: un caffè tra dipendente e manager può essere il miglior strumento per capire quali sono i fattori che lo stanno spingendo verso le dimissioni. È fondamentale, prima di partecipare all’incontro, essere pronti a sentire delle affermazioni poco piacevoli. Molto spesso i dirigenti e i manager sono convinti di aver creato un ambiente di lavoro sereno, e di assicurare ai propri dipendenti tutto il necessario per sviluppare una carriera soddisfacente; talvolta è però sufficiente interfacciarsi con un dipendente pronto a lasciare il team per capire che in realtà esistono ancora difetti e lacune su cui lavorare.

Si capisce quindi quanto sia importante mettersi nella disposizione d’animo di un problem solver: è probabile che il dipendente che intende lasciare l’azienda sia alla ricerca di qualcosa che fino a quel momento l’organizzazione non è stata in grado di dare.

Si potrebbe per esempio parlare di questioni relative allo stipendio. Come è noto l’incremento delle dimissioni negli ultimi mesi è da collegare principalmente ai licenziamenti volontari dei lavoratori più giovani, al di sotto dei 35 anni. Molto spesso si parla quindi di risorse assunte con stipendi medio-bassi, che al momento dell’inserimento in azienda non hanno nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di discutere seriamente il proprio stipendio, per poi maturare l’idea di meritare un salario maggiore. In questi casi l’azienda è chiamata a calcolare il reale valore di quel dipendente, valutando dunque un aumento.

Molte volte, però, la questione va oltre il mero stipendio. Si parla di ambizioni, di responsabilità, di orari, di formazione: in questi casi è possibile cercare di proporre al dipendente un percorso di crescita per gli anni a venire, includendo corsi di formazione e di perfezionamento, possibilità di promozione e di crescita interna, e via dicendo. Sapere di avere a che fare con un’azienda disposta a supportare la propria carriera può fare la differenza.

Quando non ci sono possibilità di trattenere il dipendente

Non di rado le ambizioni dei dipendenti sono tali da non poter essere soddisfatte in azienda. Altre volte ancora non si tratta né di aumenti di stipendio, né della volontà di avere maggiori responsabilità, quanto invece, semplicemente, della voglia di andare incontro a nuove sfide e a nuovi ambienti di lavoro. In questo caso l’azienda può fare poco o nulla per convincere un dipendente a rimanere. L’atteggiamento migliore da assumere in questi casi è quello di agevolare per quanto possibile le esigenze dell’ormai prossimo ex-dipendente, cercando quando necessario un compromesso tra le sue necessità e quelle aziendali quanto a tempistiche di preavviso.

Essere di supporto a un dipendente pronto a uscire può essere premiante per diversi motivi: perché quello stesso dipendente, negli anni futuri, potrebbe decidere di tornare nella “vecchia” azienda; perché a livello di branding e di employer branding è sempre positivo avere a disposizione persone disposte a parlare bene della propria azienda; infine, perché, all’interno di svariati settori, non sono assolutamente rare le collaborazioni tra aziende diverse. Le strade dell’azienda e dell’ex dipendente, quindi, potrebbero incrociarsi ancora una volta: meglio non dimenticarselo.

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