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Burnout lavorativo: cos’è, da cosa è causato e come si evita

Lo stress è stato definito come “Male del ventunesimo Secolo” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Basti pensare al fatto che 8,5 italiani su 10 dichiarano di soffrire o di aver sofferto di disturbi legati allo stress negli ultimi 6 mesi. L’incidenza, va sottolineato, risulta sensibilmente superiore tra le donne. Si tratta di un male subdolo, che si manifesta in tante diverse forme. Quando si parla di stress sul lavoro, nei casi più gravi si nomina spesso il burnout lavorativo. Ma di che cosa si tratta? Come si manifesta, e come si combatte?

La sindrome di burnout

Il termine burnout (burn-out) significa letteralmente incendiarsi e spegnersi. La sindrome di burnout indica nello specifico una situazione lavorativa che colpisce soprattutto le persone che lavorano nel campo del sociale, e in ogni caso le persone che si trovano quotidianamente a contatto diretto con delle persone portatrici di sofferenza, sia questa di tipo fisico, psicologico o sociale. Il burnout lavorativo colpisce dunque primariamente medici, infermieri, assistenti sociali e psicologi, ma anche insegnanti, agenti di polizia, impiegati di vario tipo e giudici. Va però sottolineato che, negli ultimi anni, si è parlato sempre di più di burnout lavorativo anche al di fuori di questi settori particolari, individuando gli aspetti tipici di questa sindrome anche in professioni che non hanno nulla a che fare con l’assistenza.

Sono state individuate quattro fasi distinte che possono portare al burnout lavorativo. Dapprima c’è una fase in cui il lavoratore risulta molto attivo, sospinto dall’entusiasmo per la propria professione, per la possibilità di fare di più, di poter aiutare gli altri e di fare carriera. In questo primo step l’impegno sul lavoro è tale da portare il lavoratore a trascurare famiglia, amicizie e riposo. Questa prima fase non può però durare a lungo: a un certo punto ci si accorge che, dopo aver dato tutto al lavoro, questo non ricambia con i migliori risultati. Subentra quindi la delusione, che si acutizza di fronte ai piccoli e inevitabili insuccessi professionali. Si passa poi alla terza fase, nel momento in cui la delusione di trasforma in frustrazione: il lavoratore si sente sempre meno utile, e inizia a sottovalutare le proprie capacità. A peggiorare la situazione possono intervenire dei segnali dall’esterno, a partire da una scarsa considerazione da parte dei superiori. In questa terza fase iniziano inoltre le reazioni aggressive verso gli altri nonché verso sé stessi, con una costante crescita dell’ansia. Si arriva infine alla quarta fase. Il burnout lavorativo è ora completo, con il lavoratore che perde ogni interesse per la professione, con un mix di delusione, senso di colpa, cinismo e  sensazione di fallimento.

Le cause del burnout lavorativo

Prima di elencare le cause che possono portare al burnout lavorativo, bisogna sottolineare il fatto che non si tratta per nulla di un fenomeno raro o poco diffuso. Anzi, stando a uno studio portato avanti dalla Chartered Accountants Benevolent Association, 9 adulti su 10 sarebbero vicini a uno stato di burnout mentale, affermando di sentirsi stressati per quasi un terzo della propria giornata lavorativa. I datori di lavoro, i manager e i responsabili HR devono inoltre sapere che, stando a una ricerca dell’American Institute of Stress, l’80% degli americani indica proprio nel burnout lavorativo la principale causa dei propri comportamenti errati sul lavoro. Gestire bene il proprio personale, dunque, significa partire proprio dall’eliminazione dello stress sul lavoro.

È fondamentale individuare le cause. I fattori che possono portare a un alto stress sul lavoro possono essere ovviamente molti, e possono cambiare tra un settore e l’altro. Chi si occupa di lavori manuali può sentirsi più stressato dovendo sollevare carichi particolarmente pesanti, o ritrovandosi a lavorare di frequente sotto la pioggia o al freddo. Chi lavora in ufficio, invece, può avere un aumento del livello di stress nel momento in cui viene introdotto un nuovo software. Fattori che in generale possono portare a una situazione di burnout lavorativo sono inoltre l’imposizione di termini irrealistici, l’aumento di responsabilità, le interazioni faticose con i colleghi e via dicendo.

I segnali che indicano il burnout professionale

Per il datore di lavoro, per il responsabile HR e per i lavoratori stessi è importante saper riconoscere i segnali di un burnout lavorativo. Un dipendente che si avvicina a questo stato mentale si mostra apatico, irritabile e ansioso, ed è spesso riscontrabile una progressiva perdita di interesse nei confronti del lavoro, dei colleghi e dei clienti. Con il crescere dello stress aumentano anche la delusione e la perdita di autostima, alimentati da una continua sensazione di sentirsi sottovalutati o persino ostracizzati da colleghi e capi.

A tutto questo si associano spesso dei disturbi fisici causati proprio dallo stress, motivo per cui molto spesso il burnout professionale è segnato anche dal crescere dell’assenteismo. Si passa dai tipici disturbi gastrointestinali alle emicranie, fino ad arrivare ai disturbi del sonno e alle patologie dermatologiche.

Come combattere lo stress eccessivo sul lavoro

Il burnout professionale non si risolve con qualche giorno di permesso o con una vacanza rilassante. Si tratta infatti di un problema a lungo termine, che deve essere risolto con un impegno quotidiano. La formula vincente, stando a uno studio pubblicato su Reuters Health, consisterebbe nella meditazione. E non si tratta di un impegno particolarmente gravoso: sarebbe infatti sufficiente una mezzora di meditazione quotidiana, grazie alla quale sarebbe possibile abbattere lo stress e incrementare il livello di concentrazione. Dal punto di vista della produttività, dell’assenteismo e del turnover, dunque, sarebbe negli interessi aziendali spingere i dipendenti verso questa pratica, tanto più che una ricerca pubblicata su Business Insider ha trovato una relazione tra meditazione e aumento della produttività generale, in aziende di qualsiasi dimensione e di qualunque settore. Va inoltre detto che la meditazione può aiutare a migliorare anche i rapporti tra colleghi, rendendo quindi più vivibile e sano l’ambiente lavorativo. Non sono pochi, peraltro, gli imprenditori di successo che hanno dichiarato di essersi affidati alla meditazione. Si parte da Steve Jobs, co-fondatore di Apple, per arrivare fino al CEO di LinkedIn Jeff Weiner, senza dimenticare Bill Ford, presidente esecutivo di Ford Motor Company.

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