SMART WORKING: I VANTAGGI SONO DAVVERO PER TUTTI?

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Smart working, smart worker, lavoratori flessibili: negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi mesi, il mondo del lavoro è stato travolto dal concetto dello Smart working, inteso come ampliamento della flessibilità della prestazione lavorativa relativa sia all’orario che alla spazialità. Sono ovvie le ripercussioni positive sul piano del welfare aziendale, soprattutto per quei lavoratori che più degli altri necessitano di orari e uffici flessibili, dai dipendenti in impegnati in forme di assistenza parentale in poi. Ma quali possono essere i risultati dello smart working per un’azienda? E quali per i lavoratori, soprattutto sul lungo termine?

Ogni tipo di considerazione deve ovviamente essere fatta a partire dalla nuova disciplina legislativa relativa allavoro agile‘, inteso non come una tipologia contrattuale, quanto invece come uno strumento che può portare miglioramenti sia ai lavoratori che all’azienda stessa. Tutto parte da un accordo tra datore di lavoro e dipendente, nel quale si pattuisce che quest’ultimo può svolgere la propria prestazione lavorativa sia all’interno dei locali aziendali che al loro esterno, rispettando pur sempre i limiti di durata massima dell’orario giornaliero e settimanale. A parte questo, in linea generale, non cambia molto: il datore di lavoro è sempre responsabile della sicurezza, lo stipendio dello smart worker non deve essere inferiore a quello del collega ‘in ufficio’ e via dicendo.

Ma quali sono i vantaggi reali per l’azienda? In Siemens Italia, su 3.200 collaboratori, 1.700 circa sono Smart worker. Pioniera nella nostra penisola, l’azienda tedesca ha introdotto questa modalità di lavoro nel 2011. In questo caso lo smart working non viene visto come un benefit per i dipendenti, quanto invece come un vero e proprio cambiamento del modello organizzativo volto al lavoro per obiettivi. Insomma, una situazione win-win, che soddisfa sia i dipendenti che l’azienda. Dopo 5 anni di lavoro agile, i collaboratori di Siemens Italia risultano il 9% più soddisfatti della media italiana, e le prestazioni in termini di produttività e di cura del cliente sono migliorate, mentre l’assenteismo si è via via ridotto.

Aprirsi allo Smart working, per un’azienda, significa aumentare la propria attrattività nei confronti di preziosi e nuovi talenti, oltre che, potenzialmente, ridurre i costi di gestione aziendale e trasformarsi pian piano in una realtà più sostenibile, anche dal punto di vista ambientale. Ancora più trasparenti i vantaggi per i lavoratori, che possono così gestire al meglio e con maggiore libertà la propria vita privata e professionale. In un certo senso, lo smart worker finisce per trasformare quello che prima era un lavoro calato dall’alto in una costante realizzazione di sé stesso, con gli obiettivi aziendali che si avvicinano ancora di più ai propri.

I vantaggi sembrano dunque piuttosto chiari, anche se va detto che la diffusione dello smart working è ancora piuttosto disomogenea. Come sottolinea lo studio di Ilo-Eurofound ‘Working anytime, anywhere: the effects on the world of work‘, i Paesi europei con più smart worker sono quelli scandinavi, seguiti da Belgio, Francia e Regno Unito. Rimane invece lontana dalla media europea l’Italia, dove, nonostante imprese come Siemens, gli smart worker sono appena il 7% del totale. Le cose, però, sono destinate a mutare: da una parte il sempre più dirompente processo tecnologico, e dall’altra la nuova normativa n.81/2017 spingono infatti verso un aumento del fenomeno Smart working. Certo, rimangono alcuni dubbi relativi alla sicurezza e alla salute, e proprio per questo in molti hanno già domandato dei chiarimenti al legislatore, ma sarebbe ingenuo non ammettere che una rivoluzione morbida è pronta a cambiare il nostro modo di pensare al lavoro.

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