Quanto guadagna un CFO in Italia è una domanda a cui non si può rispondere con un numero solo, e chi lo fa di solito sta guardando una realtà diversa dalla vostra. La retribuzione di un direttore finanziario dipende da quante società deve consolidare, se risponde a una proprietà o a un fondo, se ha davvero in mano i rapporti con le banche o se li tiene ancora il titolare. Sono differenze che valgono decine di migliaia di euro.
In questo articolo trovate le fasce che vediamo nelle ricerche che chiudiamo, cosa fa concretamente un CFO, in cosa si distingue da un direttore amministrativo e da un controller, e quando ha senso per un’azienda inserire questa figura.
Quanto guadagna un CFO in Italia
Come ordine di grandezza, in una PMI industriale con una sola società e un fatturato sotto i cinquanta milioni, un direttore finanziario si colloca in genere tra i settantamila e i novantacinquemila euro di retribuzione annua lorda. In un’azienda strutturata, con più società da consolidare o presenza estera, la forbice sale indicativamente tra i novantamila e i centoventicinquemila euro. Nei gruppi con operazioni straordinarie, fondi nel capitale o quotazione, si superano stabilmente i centodiecimila e si arriva oltre i centocinquantamila.
A queste cifre va aggiunta la parte variabile, che su questo ruolo pesa e cresce con la dimensione: in una PMI vale spesso tra il dieci e il quindici per cento, nei gruppi più grandi arriva a un quarto della retribuzione fissa e in alcuni casi si accompagna a strumenti di incentivazione di lungo periodo.
Le differenze geografiche esistono ma contano meno di quanto si creda. Milano resta sopra la media nazionale, ma la variabile che sposta di più è la complessità dell’azienda, non la città.
Chi è il CFO e di cosa risponde
Il chief financial officer è la persona che risponde della salute finanziaria dell’azienda e delle informazioni su cui la proprietà prende le decisioni. Presidia il bilancio e la chiusura dei conti, la pianificazione e il budget, la struttura finanziaria e i rapporti con le banche, il controllo di gestione, la fiscalità e in molte realtà anche l’amministrazione del personale.
Quello che distingue un CFO da chi lo precede nell’organigramma, cioè da un responsabile amministrativo, non è la quantità di materie presidiate ma il tipo di domande a cui deve rispondere. Un responsabile amministrativo risponde della correttezza: i conti tornano, le scadenze sono rispettate, il bilancio è a posto. Un CFO risponde anche delle scelte: conviene questo investimento, a che condizioni possiamo indebitarci, questa linea di prodotto è ancora sostenibile, cosa succede se il cliente principale rallenta.
CFO, direttore amministrativo e controller
È la confusione più frequente nelle richieste che riceviamo, e vale la pena chiarirla perché cambia completamente il tipo di candidato da cercare.
Il direttore amministrativo guarda indietro e deve avere ragione: contabilità, bilancio, adempimenti, revisori. Il controller guarda avanti e deve avere ragione abbastanza presto: budget, scostamenti, marginalità per linea, costi industriali. Il CFO tiene insieme le due cose e ci aggiunge la parte finanziaria vera, che è il rapporto con chi mette i soldi, banche o soci che siano.
Nelle aziende sotto i cento dipendenti questi ruoli spesso coincidono in una persona sola, e va benissimo. Sopra, chi è fortissimo sul bilancio raramente è anche la persona giusta per costruire un sistema di controllo, e viceversa. Quando un’azienda cerca un CFO descrivendo però un responsabile amministrativo, la ricerca gira a vuoto per mesi.
Cosa fa un CFO in una settimana normale
Molto meno bilancio di quanto si immagini, soprattutto nelle aziende dove esiste una struttura amministrativa. Gran parte del tempo va sulla reportistica direzionale e sulla sua interpretazione, sui rapporti con le banche e con i revisori, sulle previsioni di cassa, sulla valutazione di investimenti e sulle riunioni con le funzioni operative per capire cosa c’è dietro un numero che non torna.
C’è poi una parte che non compare in nessuna descrizione del ruolo e che è la più delicata: portare alla proprietà un dato che nessuno vuole sentire. La capacità di farlo, e di farlo in tempo utile perché si possa reagire, è quello che distingue un buon direttore finanziario da un buon esecutore.
Le competenze che contano davvero
La preparazione tecnica è la base e si verifica in fretta. Quello che fa la differenza sono altre tre cose.
La prima è la dimensione di provenienza. Chi arriva da una multinazionale strutturata, con procedure scritte e funzioni di supporto, spesso non regge una PMI dove deve fare anche le cose operative. Chi viene da una piccola azienda fatica dove ci sono riporti a un gruppo e scadenze di consolidamento. È un passaggio da valutare prima, non dopo.
La seconda è il rapporto con le banche. Chi ha trattato affidamenti in prima persona lo racconta con dettagli che chi ha solo preparato la documentazione non ha.
La terza è la capacità di farsi capire da chi non è di area. Un CFO che parla solo in termini contabili non incide sulle decisioni, per quanto sia bravo.
Come si diventa CFO
I percorsi più frequenti sono tre. Il primo passa dalla revisione contabile: qualche anno in una società di revisione, poi l’ingresso in azienda come responsabile amministrativo e la crescita verso la direzione. Il secondo parte dal controllo di gestione e sale verso la direzione amministrazione finanza e controllo. Il terzo, meno comune, arriva dal mondo bancario o dalla finanza d’impresa.
Quello che accomuna chi ci arriva davvero non è il percorso ma un passaggio preciso: il momento in cui la persona ha smesso di rispondere solo dei propri numeri e ha iniziato a rispondere delle decisioni prese sulla base di quei numeri.
Quando un’azienda ha bisogno di un CFO
Ci sono tre segnali ricorrenti. Il primo è l’ingresso di un socio finanziario o di un fondo, che porta con sé una richiesta di informazione periodica che l’organizzazione esistente non riesce a produrre. Il secondo è la crescita per acquisizioni, con più società da consolidare. Il terzo, meno evidente, è quando la proprietà comincia a prendere decisioni importanti sentendo che i numeri arrivano troppo tardi.
Va anche detto che non tutte le aziende hanno bisogno di un CFO. Sotto una certa dimensione un buon responsabile amministrativo affiancato da un commercialista attento copre bene il fabbisogno, e assumere una figura sovradimensionata crea solo frustrazione da entrambe le parti.
Domande frequenti
Il commercialista può sostituire un CFO?
No, perché fanno due mestieri diversi. Il commercialista lavora su consuntivi e adempimenti, e lo fa bene. Una figura interna serve a costruire e leggere i dati durante l’anno, quando si può ancora intervenire. Prima di assumere conviene stabilire chiaramente cosa resta fuori, altrimenti la persona che entra non saprà di cosa risponde.
Meglio un CFO del nostro settore?
Conta più il tipo di complessità che il comparto. Chi ha gestito un consolidato con società estere si muove bene in un altro contesto simile anche in un settore diverso. Dove il settore pesa davvero è nella comprensione dei costi industriali, quindi nel manifatturiero l’esperienza di produzione aiuta.
Quanto tempo serve per trovare un CFO?
Con una ricerca diretta i primi profili arrivano in genere entro dieci giorni lavorativi. Dalla presentazione alla firma passano di solito da sei a dieci settimane, perché i preavvisi sono lunghi e la decisione coinvolge la proprietà. Quando la posizione è ancora occupata la ricerca va condotta in riservatezza, senza annunci.
Se state valutando una ricerca di questo tipo, sulla pagina dedicata alle ricerche in amministrazione, finanza e controllo trovate i profili che selezioniamo, come li valutiamo e i tempi che indichiamo prima di partire.

